Sono famosi

Adriana Mattorre

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  • + Professione: Poetessa
  • + Luogo di lavoro: Roma
  • + Anno di diploma: 2009
  • + Sede: Federico Cesi

 

 

 

 

 

 

       "Oltre le mie difficoltà evidenti, io avevo sogni, sospiri alati e tremiti silenziosi.
Solo le mie poesie disegnano la mia anima sospesa tra handicap e vaga normalità,
silenzi infiniti vibrano sui miei pensieri, fosse sacre che celano desideri e paure.
      Sapere di avere rime per raccontare la nascita della mia anima ha alleviato la mia
fatica di vivere.

     Di romantiche poesie solo chi ha sperimentato il vero amore può sillabarne il significato, io lo posso solo sognare.
Nasce la dura mia poetica del male di vivere come una pura liberazione dalla muta realtà."

L'Autrice

 Adriana Mattorre, immigrata nel mondo

Avvolta nel mio respiro è la seconda raccolta di poesie di Adriana Mattorre, dopo l'esordio, nel 2006, con Sassi disagiati ( Qualecultura ed., Vibo Valentia, 2006). Questa raccolta di liriche non è solo un libro di poesie di una ragazza disabile, è qualcosa di più. Le osservazioni che propongo su questa poesia provengono da un linguista di professione, e pertanto hanno un taglio particolare. Il linguista è interessato vivamente all'esprimersi poetico, in quanto egli studia il linguaggio nelle sue molteplici manifestazioni sociali e individuali.

Le modalità eccezionali nelle quali è maturata questa espressione poetica sono il primo motivo d'interesse. Esse suggerirebbero riflessioni sull'essenza stessa del linguaggio: è vero che per comunicare è necessaria la parola, oppure, per attuarsi, il linguaggio può percorrere vie alternative a quelle normali della formalizzazione fonetica?
Già gli antichi filosofi del linguaggio sapevano, ad esempio, che a volte il silenzio è più espressivo della parola e che non è sufficiente avere l'uso della parola per comunicare, anzi l'uomo di molte parole di solito comunica poco e male.
La poesia è essenzialmente linguaggio, espressione di contenuti di coscienza attuata per mezzo di parole; ma tale affermazione si può capovolgere e affermare che il linguaggio umano è, almeno nella sua fase genetica, "poesia".
Nella nostra epoca della multimedialità e delle comunicazioni si sarebbe tentati di ridurre la funzione del linguaggio alla mera "comunicazione". Però il linguaggio, oltre che "apofantico" – come insegnava Aristotele – è anche poetico, cioè creazione, che è quanto dire poesia, nel senso etimologico del termine. E' ovvio che non tutto il parlare è alta poesia... anzi...
Adriana ha seguito una via insolita. Con Adriana il computer, tanto aborrito per la sua scontata impoeticità, si è preso una volta tanto la rivincita.
Senza le risorse dell'informatica, coniugate con la sapiente e paziente attenzione degli educatori, il mondo di pensieri e di sentimenti che urge nell'interiorità di questa ragazza non avrebbe potuto esprimersi. E tutti – forse anche le persone care a lei più vicine – si sarebbero rassegnati a un handicap invalidante.
Le neuroscienze, che negli ultimi tempi hanno fatto passi da gigante, concordano: il linguaggio non va confuso con l'intelligenza, e il linguaggio verbale non è l'unico output dell'espressione dei moti della coscienza. Intanto, tutti noi sappiamo certamente che un segno, un gesto, un sorriso possono comunicare più di molti discorsi. Ma questa è pragmalinguistica; non basta per comprendere questo fenomeno. Oggigiorno non tutti sono purtroppo disposti ad ammettere che la coscienza è dimensione ancora imponderabile e imprevedibile, nonostante i grandiosi progressi delle scienze neurologiche e filosofiche.
Coscienza non è un fatto, ancorché complesso, di neurochimica; non tutti sono disposti ad ammettere l'esistenza di una dimensione interiore, che chiamiamo senza esitare spiritualità, imprevedibile e per ora ostinatamente inaccessibile agli strumenti diagnostici.
Oggi si abusa della parola fino all'assuefazione e all'inflazione della semanticità: più si parla e più le parole perdono significato, si logorano, si svalutano, si banalizzano. Viviamo nel mondo della verbosità: parole, parole, parole. E noi ci difendiamo istintivamente da questa aggressione erigendo barriere invisibili.
Quando però ascoltiamo qualcosa di autentico, subito il nostro orecchio si fa attento. Adriana ha trovato le forze per infrangere questa barriera dell'incomunicabilità, con la poesia. Ora, che una ragazza a 20 anni si lasci prendere dal fascino delle Muse non desta meraviglia. Ciò che sorprende sono i contenuti di questa poesia e le sue caratteristiche stilistiche.
Adriana è una ragazza che si affaccia sul mondo in punta di piedi.I suoi versi lasciano individuare alcuni temi portanti di un tessuto lirico complesso. Mi sembra che siano pervasi da una ricerca esistenziale implacabile; si pone questioni ancestrali che hanno affaticato da sempre il pensiero umano: qual è il senso della vita; che cos'è veramente l'amore; perché il male. Vorrei dire subito che già questo fatto è sorprendente: non sono domande che il poeta si deve porre per suggerire risposte, pena il dileguo dell'ispirazione.
Ma Adriana è una ragazza indifesa e non rivela sovrastrutture intellettuali; perfettamente consapevole della sua condizione, la giovane poetessa si affaccia all'esterno, fa capolino sul mondo, e assiste attonita a una rivoluzione dei costumi, a una mortificazione quotidiana dei valori. Non ci sta, lei è una che non si arrende.
Indubbiamente la crisi epocale di valori che ha investito la vecchia Europa cristiana aspetta ancora un vate che dia voce alle ansie di una Umanità entrata incerta in questo Terzo Millennio. Ansie che prendono forma nei versi di una ragazza:

io sono disperata
sono disperata come un uccello ferito.
(Sassi disagiati, p. 17)

A fronte della ipocrisia della cultura dominante, che la classifica come «diversamente abile», Adriana non esita a parlare senza pudori della sua condizione, chiamandola col suo nome: handicap. Nella sua prima raccolta (Sassi disagiati, p. 69) aveva scritto:

il mio nero vivere molto mi pesa...

Ora dice:

Posso fuggire dal mio povero
handicap
mentre decido
di sognare
una vita sopportabile
Ma come illudermi con il mondo
che mi ferisce
e mi rifiuta?


In queste condizioni, sarebbe facile cadere nel solipsismo o nella sua forma patologica: l'autismo. Invece, un tema che percorre prepotentemente almeno una parte della poesia di Adriana è la ricerca dell'altro, che approda inaspettatamente nella dimensione del sociale. Mentre i suoi coetanei hanno altro per la testa, Adriana si guarda intorno, e certi eventi della cronaca che ormai noi rubrichiamo di solito, senza emozione, come "normali" gesti di folli isolati, la notizia di un neonato ucciso dalla madre, aborti abbandonati «nei cassonetti come stupida gelatina», producono nella sua interiorità ripercussioni profonde. Eventi emblematici di una umanità che sembrerebbe impazzita. Ecco tra i versi ferite provocate da notizie come i kamikaze, la strage in Cecenia, il dramma palestinese, l'Undici settembre, le stragi di Falcone e Borsellino, l'attacco a Gaza del 2009, la guerra in Afghanistan...
Forse l'umanità si deve aspettare più dai versi di questa ragazza che dalle opere di coloro che reggono le sorti delle nazioni, quelli che Adriana chiama, con soave ironia, «i pinocchi della pace».
L'itinerario della sua ricerca espressiva attraversa queste fasi necessarie, per approdare a orizzonti inediti. Perciò questa poesia può essere letta anche come autobiografia. Basta il verso io immigrata nel mondo (Sassi disagiati, p. 43), un verso che definirei semplicemente "ungarettiano": è, da solo, una autobiografia.
Altro tema, immancabile è l'amore, perenne musa del poeta; amore con la maiuscola, amore come forza misteriosa, coniugato nelle forme più inaspettate.
Ho qualcuno che mi ama – scrive – mi cibo di sogni.

Ci si aspetterebbe un grido di disperazione e di rancore verso Dio che ha creato l'handicap e verso gli uomini che sembrano in preda a una follia suicida. Invece ecco versi che rasserenano, anche quando dice «ululo senza speranza» (Sassi disagiati, p. 67), ma lo dice non in riferimento alla sua condizione, lo dice – guarda un po' – a proposito del dramma dei Curdi. Basti considerare le belle parole dedicate alla madre (ibid. p. 66):
niente mi ferirà... un mio cuore felice ci unisce.

Un aspetto notevole di questa poesia, che lascia immaginare sviluppi interessanti, è il percorso stilistico. Il verso, cosiddetto libero, obbedisce, non meno della metrica classica, a leggi ritmiche (il numerus), che diventano il modulo espressivo personalissimo del poeta. Si dice impropriamente che la poesia del Novecento non ha metrica. Ma non è vero. A volte il verso indulge in soluzioni espressive ben note, come la giustapposizione paratattica di immagini, idee, sensazioni.
Quello di A. è uno stile essenziale, asciutto, perentorio, un linguaggio sorprendentemente colto, sorvegliato. Chi non conoscesse la giovane autrice, penserebbe a un poeta adulto, esperto, consumato. Il fatto è che, per l'autrice, scrivere costa. Costa fatica. Ma la scrittura, e segnatamente la scrittura informatica, è per lei l'unico modo per accedere al mondo. Non è il caso di sprecare parole.
Sarebbe necessario un più approfondito studio del lessico per verificare queste ipotesi. Il tormento dell'anima si traduce pittoricamente in certi chiaroscuri. Si potrebbe individuare, per esempio, un manipolo di "parole-chiave", che, per la loro frequenza, segnalano le coordinate dell'itinerario spirituale.
In conclusione, sembra di poter cogliere, in questa produzione poetica, un'unità poematica che appare come lacerata in qualche punto del breve percorso poetico, probabilmente in rapporto a esperienze culturali ed esistenziali intense: illusioni giovanili, disillusioni inevitabili, delusione del mondo "esterno", sofferenze personali, esperienze interiori.
Sarà interessante vederne i futuri sviluppi.
Ma è errato considerare questo libretto uno sfogo narcisistico. Esso è un dono prezioso che Adriana fa a tutti noi; soprattutto i suoi coetanei dovrebbero meditarlo. Non esistiamo solo noi con i nostri problemi e le nostre aspettative. Fuori c'è l'altro, c'è un mondo da scoprire e da amare, c'è l'Altro.
Apprendiamo così che la poesia è una caparbia ricerca della verità, che non si attinge con la politica, né con la filosofia, ma con il cuore. Ci rendiamo conto di colpo che la parola è un bene prodigioso, inapprezzabile. E' come l'acqua: solo chi ne è privo lo capisce a fondo.
Certo, nell'epoca del villaggio globale e di Internet, nell'epoca dell'inflazione della comunicazione, nel tempo in cui il pragmatismo anglosassone trionfante sembra informare i nostri comportamenti in modo sempre più massiccio, affidare messaggi alla poesia può sembrare ormai anacronistico. Tutto sembrerebbe congiurare per l'impoeticità e la prosaicità. Ma tutti noi – «uomini e donne persi nella follia della solitudine» – avevamo bisogno di questi versi di una ragazza che prova «timore di essere felice». Brevi, concisi, semplici.
Concludo con le parole di un grande linguista contemporaneo, Tullio De Mauro, che mi sembra si attaglino perfettamente al nostro caso: «Parlare non è necessario per vivere da esseri umani. Quello di cui non possiamo fare a meno – scrive De Mauro – non sono le parole, ma la comunicazione».
La poesia di Adriana è in definitiva l'itinerario di un'anima che cerca, nel buio e nel silenzio della notte, una via d'uscita. Dobbiamo ringraziarla.

Paolo Martino
Ordinario di Glottologia e Linguistica
LUMSA Università, Roma

Link al blog del Prof. Giuseppe Martino con la presentazione del primo libro di Adriana Mattorre:  Sassi disagiati

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